Roma, 30 gennaio 2026 – La Corte costituzionale, con la sentenza n. 207 del 2025, ha bocciato le questioni di legittimità sollevate dal Tribunale ordinario di Firenze sull’articolo 635, quinto comma, del codice penale. Il nodo riguarda la sospensione condizionale della pena per il reato di danneggiamento, contestata perché legata alla riparazione del danno o, in alternativa, allo svolgimento di lavori socialmente utili. La Consulta ha però rigettato queste obiezioni, ritenendo che la norma non crei automatismi irragionevoli e resti coerente con la funzione rieducativa prevista dall’articolo 27 della Costituzione.
La sospensione condizionale: più di una semplice concessione
Nella motivazione depositata lo scorso dicembre, i giudici della Corte costituzionale hanno sottolineato il valore della rieducazione del condannato. La sospensione condizionale non è un premio per il reo, ma un passaggio che vuole far capire le conseguenze del reato. Per questo l’obbligo di riparare il danno o di fare attività non retribuita a favore della comunità “rafforza il senso di responsabilità”, spiegano i giudici.
Il Presidente della Corte, Filippo Patroni Griffi, lo ha spiegato chiaramente: “Il legislatore ha voluto spingere verso un percorso attivo di risocializzazione, non solo a togliere dalla detenzione”. Così, il meccanismo previsto dall’articolo 635 resta in linea con i principi costituzionali.
Riparare il danno o lavorare per la comunità: perché serve
Per la Consulta, la possibilità di riparare il danno significa tornare allo stato precedente al reato e permette al colpevole di confrontarsi concretamente con gli effetti delle sue azioni. In alternativa, la legge dà spazio a chi sceglie di svolgere lavori socialmente utili, purché non ci sia un rifiuto esplicito. La Corte sottolinea che questa scelta richiama proprio quel legame di solidarietà tra cittadini.
“La sospensione condizionale è concessa solo dopo aver sistemato gli effetti del reato per stimolare una riflessione più profonda”, si legge nella sentenza. Per molti operatori giudiziari questa è la vera novità: l’attenzione puntata sul percorso di assunzione della responsabilità personale. Non si tratta quindi di una pena in più – chiarisce la Consulta – ma di una condizione accessoria che si sposa con la funzione rieducativa della pena.
Danneggiamento e furto aggravato: due realtà diverse
Uno degli argomenti del Tribunale di Firenze riguardava una presunta disparità tra chi commette danneggiamento e chi invece è responsabile di un furto pluriaggravato, soprattutto se accompagnato da violenza sulle cose. La Corte ha escluso che si possano paragonare: nel furto la violenza serve a sottrarre qualcosa; nel danneggiamento, invece, è l’obiettivo stesso dell’azione.
“La natura dei due reati è molto diversa”, ha spiegato un consigliere relatore durante la camera di consiglio. “Nel danneggiamento non c’è nessuna finalità utile: si vuole solo distruggere”. Ecco perché percorsi diversi per la risocializzazione non sono né arbitrari né discriminatori.
Il giudice mantiene sempre l’ultima parola
Un passaggio importante riguarda il ruolo del giudice: non esiste un automatismo rigido nell’applicare la norma. Il magistrato può valutare caso per caso, considerando le circostanze concrete e le reali possibilità del condannato di riparare al danno o impegnarsi in attività utili alla collettività.
“In un sistema penale complesso come quello italiano – recita ancora la sentenza –, non si può pretendere una razionalità puramente matematica nel definire i trattamenti”. Insomma, resta spazio alla discrezionalità del giudice che può adattare le misure alle situazioni specifiche.
Una sentenza che rilancia responsabilità e risocializzazione
Con questo verdetto, la Corte costituzionale conferma che subordinare la sospensione condizionale alla riparazione del danno (o ai lavori socialmente utili) nel caso del danneggiamento non viola i principi della Costituzione. Resta chiaro l’obiettivo principale: far maturare nel condannato una consapevolezza critica sulla sua condotta e favorire così una risocializzazione efficace.
Ora gli operatori giudiziari guardano con attenzione all’applicazione concreta delle condizioni stabilite dalla norma. Nei corridoi del Palazzo della Consulta si respira soddisfazione per un pronunciamento che ribadisce come la responsabilità personale sia il cuore della giustizia penale italiana.








