Sentenze

Corte Costituzionale Respinge le Questioni su Pena per Traffico di Stupefacenti: Sentenza n. 214/2025

Roma, 30 gennaio 2026 – La Corte costituzionale, con una decisione pubblicata ieri, ha respinto le questioni sollevate dalla Corte d’appello di Lecce sull’articolo 74, commi 1 e 4, del d.P.R. 309/1990. Al centro del dibattito, il trattamento sanzionatorio per l’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, una norma chiave nella lotta contro le organizzazioni criminali che si occupano di spaccio di droga in Italia.

La sfida della Corte di Lecce: una pena troppo rigida?

Tutto nasce dalla richiesta della Corte d’appello di Lecce, che ha sollevato dubbi sulla compatibilità con gli articoli 3 e 27 della Costituzione della legge attuale. Il nodo erano i casi più gravi, quelli con almeno undici membri e con armi in gioco, come prevede l’articolo 74, commi 3 e 4. Secondo i giudici leccesi, in queste situazioni scattava una specie di “pena fissa” di 24 anni di reclusione per i capi-promotori. Una pena che, a loro giudizio, potrebbe scontrarsi con i principi di uguaglianza e di personalizzazione della pena stabiliti dalla Costituzione.

La questione non era solo teorica, come spiegato nella stessa ordinanza: “Se la legge prevede questo tipo di automatismo – aveva osservato un magistrato – il giudice rischia di non poter valutare davvero quanto grave sia il fatto e quale sia il ruolo preciso di ciascun imputato”.

Dove si sbaglia: la lettura della Corte costituzionale

Ma la Corte costituzionale ha smontato questa interpretazione, evidenziando un errore di fondo. Nella sentenza n. 214/2025 si chiarisce che la norma non prevede affatto una pena “fissa”. Piuttosto, stabilisce un aumento minimo della pena, ponendo a ventiquattro anni il minimo da cui partire, ma lasciando al giudice ampio margine per decidere il massimo, che può arrivare fino a trenta anni.

Durante la camera di consiglio, il relatore ha spiegato che il sistema conserva una “forbice sanzionatoria” abbastanza ampia da garantire la flessibilità richiesta dalla Costituzione. “Non siamo davanti a un meccanismo automatico e cieco – ha detto un membro della Corte – il giudice può e deve valutare caso per caso, anche quando ci sono aggravanti importanti”.

Attenuanti: la chiave per modulare la pena

Un punto su cui i giudici costituzionali hanno insistito riguarda la possibilità di riconoscere circostanze attenuanti. La pena di ventiquattro anni non scatta automaticamente per ogni capo-promotore in associazioni aggravate. Può essere ridotta, anche notevolmente, se emergono elementi attenuanti specifici nel singolo caso. In sostanza, il sistema permette al giudice di adattare la pena in base alle caratteristiche personali dell’imputato e alle situazioni concrete.

“La norma prevede che l’effetto delle aggravanti possa essere annullato, in pratica, dal riconoscimento delle attenuanti”, si legge nella sentenza. Un dettaglio fondamentale per chi ogni giorno applica la normativa sugli stupefacenti.

Che cosa cambia davvero dopo questa decisione

La Corte è stata chiara: poiché la base interpretativa del ricorso era sbagliata, la questione è stata dichiarata inammissibile. Il sistema attuale resta dunque com’è. Chi viene riconosciuto come capo-promotore in associazioni aggravate per numero e armi rischia una pena da ventiquattro a trenta anni, salvo attenuanti.

Fonti vicine al ministero della Giustizia confermano che la decisione era molto attesa dagli addetti ai lavori. La sentenza chiarisce i margini di manovra dei magistrati. La Corte costituzionale, da parte sua, ha preferito non discutere i principi costituzionali sollevati dalla Corte d’appello di Lecce, risolvendo la questione sul piano dell’interpretazione della legge.

Un punto fermo per la giustizia penale sulla droga

Questa sentenza, la n. 214/2025, segna un passaggio importante per chi lavora nella giustizia penale contro il traffico di droga. Un avvocato penalista romano, contattato da alanews.it, ha commentato ieri sera: “Il dibattito sulle pene rigide è ancora vivo, ma questa decisione mette un freno chiaro sui poteri discrezionali del giudice”.

Il testo completo della sentenza è disponibile da oggi sul sito ufficiale della Corte costituzionale. Nei prossimi giorni sono previste analisi approfondite da parte di accademici e magistrati. Il tema resta delicato e, come spesso capita, solo il tempo dirà se il Parlamento deciderà di intervenire sulla legge.

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