Questa vicenda evidenzia come la differenza di pochi euro possa determinare un lungo periodo senza reddito pensionistico.
Nel complesso panorama del sistema pensionistico italiano, un problema ormai noto ma ancora poco risolto continua a penalizzare numerosi contribuenti: per una questione di pochi euro, si rischiano fino a quattro anni di vuoto previdenziale.
La vicenda di una cittadina con 21 anni di contributi versati, ma una pensione calcolata sotto la soglia dell’assegno sociale, mette in luce una delle anomalie più controverse della normativa vigente.
Il vincolo dell’importo minimo per la pensione di vecchiaia nel sistema contributivo
Per chi rientra nel regime contributivo puro, ovvero con versamenti esclusivamente successivi al 31 dicembre 1995, la pensione di vecchiaia non dipende solo dall’aver raggiunto l’età anagrafica di 67 anni e i 20 anni di contributi. A questa condizione si aggiunge un requisito imprescindibile: l’importo della pensione deve essere almeno pari all’assegno sociale.
Nel 2026, l’assegno sociale ammonta a circa 545 euro mensili, dopo la rivalutazione annuale. Se la pensione calcolata risulta anche di pochi euro inferiore a questa soglia, la prestazione pensionistica viene negata.
In pratica, un lavoratore con 21 anni di contributi ma con un assegno stimato a 520-530 euro al mese si vede negare la pensione di vecchiaia e dovrà attendere il compimento dei 71 anni per accedere al trattamento senza limiti di importo.

I dettagli da conoscere – vitadelforo.i
La situazione è particolarmente critica perché nel sistema contributivo puro non sono previste integrazioni al minimo o maggiorazioni sociali, meccanismi che invece in altri regimi possono garantire un reddito pensionistico minimo. Questo spiega perché, nonostante anni di contributi versati, molti si trovano a dover posticipare l’uscita dal lavoro anche di diversi anni.
L’assegno sociale: un sostegno non sempre accessibile
L’assegno sociale rappresenta una forma di tutela assistenziale destinata a chi non può beneficiare della pensione di vecchiaia, ma è strettamente legato ai redditi personali e familiari. Nel caso segnalato, il reddito del coniuge supera le soglie previste, escludendo così la possibilità di ricevere questa prestazione.
Il risultato è una condizione di forte disagio: non solo la pensione viene negata, ma neppure l’assegno sociale è accessibile, lasciando la persona senza alcun sostegno economico per un arco di tempo che può arrivare fino a quattro anni, tra i 67 e i 71 anni.
Le poche vie per aggirare il blocco previdenziale
Le strategie per superare questo “muro” normativo sono molto limitate. Un primo passo importante è verificare la presenza di eventuali periodi contributivi riscattabili o figurativi antecedenti al 1996. Anche un solo breve periodo inserito nel sistema retributivo elimina il vincolo dell’importo minimo e consente il diritto alla pensione di vecchiaia a 67 anni.
Un’altra ipotesi, più teorica che pratica, riguarda la cessazione del vincolo coniugale nel caso in cui il reddito del coniuge sia l’unico motivo per cui non si accede all’assegno sociale. Tuttavia, questa soluzione non incide sulla possibilità di ottenere la pensione di vecchiaia e rappresenta un’alternativa poco percorribile dal punto di vista personale.








