In definitiva, chi nel 2026 ha 60 anni e 20 anni di contributi si trova di fronte a un panorama previdenziale complesso.
Nel contesto delle recenti modifiche normative e della legge di Bilancio 2026, il tema delle pensioni in Italia continua a rappresentare una sfida complessa, in particolare per chi ha raggiunto i 60 anni di età con almeno 20 anni di contributi.
Le novità legislative hanno modificato profondamente le possibilità di accesso al pensionamento, eliminando strumenti una volta utilizzati come opzione donna e quota 103, e anticipando ulteriori aumenti dell’età pensionabile a partire dal 2027.
Le nuove regole per chi ha 60 anni e 20 anni di contributi
Per i lavoratori che nel 2026 hanno 60 anni e vantano 20 anni di contribuzione, la prospettiva di andare in pensione risulta più complessa rispetto al passato.
La fine delle misure come opzione donna e quota 103, entrambe basate sul sistema di calcolo contributivo e caratterizzate da limiti stringenti – sia di importo che di platea – ha ridotto le strade per un pensionamento anticipato. Queste misure, seppur poco utilizzate, offrivano comunque un canale per uscire dal lavoro in anticipo, oggi non più disponibile.
Con una carriera contributiva limitata a 20 anni, non è possibile accedere alle forme di pensionamento anticipato che richiedono almeno 30 anni di contributi o più. L’accesso resta quindi vincolato all’età pensionabile di vecchiaia, che nel 2026 si attesta a 67 anni, ma è destinata a salire progressivamente.

I dettagli da conoscere – vitadelforo.it
Secondo le previsioni, chi oggi ha 60 anni e raggiungerà i 67 anni nel 2033 potrebbe dover attendere anche più di nove mesi oltre quella soglia, a causa dei meccanismi automatici di adeguamento all’aumento della speranza di vita, che incrementano l’età pensionabile di alcuni mesi ogni biennio.
Pensione a 64 anni nel 2026: requisiti e limiti
Un’alternativa possibile è rappresentata dalla pensione a 64 anni, accessibile nel 2026 a particolari categorie di lavoratori, soprattutto quelli in regime contributivo puro, ossia con contribuzione iniziata dopo il 1° gennaio 1996.
Questa forma di pensionamento richiede non solo il compimento di 64 anni di età e almeno 20 anni di contributi effettivi, ma anche il rispetto di un requisito economico stringente: l’assegno previdenziale deve essere almeno pari a tre volte l’assegno sociale, che nel 2026 corrisponde a circa 1.638,72 euro lordi mensili.
Per le lavoratrici madri, la soglia minima si riduce in base al numero di figli, con un massimo di 2,6 volte l’assegno sociale per due o più figli.
Tuttavia, questa possibilità è limitata a chi ha carriere relativamente continue e retribuzioni sufficientemente elevate, escludendo di fatto quanti hanno avuto periodi di lavoro discontinuo o stipendi bassi.
Dal 2027, inoltre, sono previsti ulteriori inasprimenti sia sull’età minima (67 anni e 1 mese) sia sui requisiti contributivi (30 anni di versamenti a partire dal 2030), rendendo la pensione a 64 anni un’opzione sempre più selettiva.
La quota 41 precoci come possibile via d’uscita
Per chi si sente penalizzato dalla scomparsa della quota 103, resta attiva la possibilità di ricorrere alla quota 41 precoci, una misura che consente il pensionamento anticipato senza limiti anagrafici, purché si abbiano almeno 41 anni di contributi e almeno 123 mesi di contribuzione versata prima dei 19 anni.
Questa opzione è riservata a categorie specifiche, tra cui invalidi con certificazione almeno al 74%, disoccupati che hanno esaurito la Naspi, caregivers conviventi con familiari disabili gravi da almeno sei mesi, e lavoratori impegnati in attività gravose o usuranti con specifici requisiti di anzianità contributiva.
La quota 41 rappresenta dunque un percorso privilegiato per alcune categorie di lavoratori, ma non è accessibile a chi ha una carriera contributiva limitata a 20 anni, rendendo difficile per costoro un pensionamento anticipato nel breve termine.








